“L’uomo dovunque svolga il suo sguardo, non può [fare] a meno di non accorgersi di un’infinità di esseri che lo circondano, e dei fenomeni che con leggi immutabili e sapientissime gli accompagnano, e da ciò è condotto quasi involontariamente ad ammirare un ordine supremo e ad ammettere un Essere Onnipotente, eterno ed infinito, che crea, dà e mantiene la vita, regge e governa.” (I Miti e i Simboli delle Piante presso i Greci ed i Romani, pag.7)
In I Miti e i Simboli delle Piante presso i Greci ed i Romani, l’autore parte dalla constatazione che la conoscenza degli Antichi è giunta a noi “velata dai simboli”. Dietro ogni mito c’è una verità, un’idea trasfigurata. Il suo obiettivo non è catalogare le piante, ma leggerle come segni, simboli di una Conoscenza Universale.
Reivas rispecchia un momento di passaggio: l’Ottocento in cui il naturalismo positivista convive con il romanticismo simbolico ed egli viaggia tra i due poli, cercando di conciliare l’osservazione empirica e la lettura poetica della natura. Come i filosofi naturali tedeschi o i
romantici francesi, pensa il mondo vegetale come custode di un linguaggio antico.
A metà dell’Ottocento, nel pieno della dominazione austriaca, in un clima di censura e tensione politica, un naturalista veronese, Abramo Massalongo (1824–1860), fondatore della Compagnia dell’Ibis è autore di un singolare libro pubblicato sotto lo pseudonimo di
Reivas.
Dietro quel nome, proveniente dall’iranico nome della pianta del rabarbaro, si nascondeva un complesso gioco simbolico. Nella mitologia zoroastriana, il rabarbaro è la pianta dalla quale nasce la prima coppia umana, Mašya e Mašyanag, dopo che il seme di Gayōmart è
caduto sulla terra: dalla pianta, quindi, germoglia la vita stessa. Mentre la Compagnia dell’Ibis prende il nome dall’uccello sacro all’Egitto e al Dio Thot, simbolo di conoscenza e
rigenerazione. Non è difficile scorgere in queste scelte un’allusione alla speranza di rigenerazione che animava gli intellettuali italiani dell’epoca, un modo velato per evocare la rinascita, sfuggendo così alla censura austriaca.
In questo clima di oppressione politica, il linguaggio del mito diventava uno spazio protetto, un modo per dire l’indicibile.
Quella di Reivas dell’Ibis è, dunque, una visione che unisce biologia e spiritualità, materia e simbolo: esattamente ciò che troviamo nel suo libro, un testo sospeso fra scienza naturale, filosofia e mitologia.
La sua Compagnia dell’Ibis, nata a Verona, divenne presto sospetta agli occhi delle autorità austriache. Sciolta nel 1858 per presunte attività sovversive, scomparve insieme al suo fondatore, morto a soli trentasei anni. Ma l’eredità resta viva nel suo libro. Così, tra i moti del Risorgimento e la mitologia, il testo si impone come un piccolo gioiello dimenticato.

