“… l’idea che abbiamo della religione romana sarà un’idea mutila e imprecisa, se non sappiamo integrarvi la religione di Virgilio.” (P. Boyance, La religione di Virgilio)

La Vera Religione Romana.
Il libro La Religione di Virgilio è stato scritto da Pierre Boyancé per rettificare un orientamento degli studi sulla religione romana che presenta un quadro falsato della religiosità e della spiritualità romane.
Fin dalla Premessa, Boyancé fa notare che i testi di Bayet e Latte trattano della religione romana senza fare il minimo cenno, o quasi, a Virgilio, eludendo quanto la tradizione millenaria ha sempre affermato.
Virgilio è sempre stato considerato una personalità religiosa esemplare, colui che ha incarnato e cantato lo spirito religioso di Roma meglio di chiunque altro fra gli autori poetici; il suo genio e la sua opera presentano una profondità che gli studiosi comuni non riconoscono alla “religione romana”, così come essi la descrivono.
Boyancé non crede che questa “paradossale omissione” sia dovuta ad un’inavvertenza e pensa invece che sia voluta. Purtroppo si iscrive in quella tendenza che ormai prevale da decenni, per non dire da oltre un secolo, per la quale la religione romana viene presentata in un modo molto limitato e distorto: “… l’idea che abbiamo della religione romana sarà un’idea mutila e imprecisa, se non sappiamo integrarvi la religione di Virgilio. […]

Secondo questa tendenza, la religione di Roma antica sarebbe stata esclusivamente e strettamente civile, perciò avrebbe avuto un carattere tecnico-rituale formale e rigido, funzionale a garantire la giustizia civile e sociale, mediante la costante ricerca dell’accordo rituale con gli Dei, in funzione della statuizione, della conservazione e dell’eventuale ripristino della Pax Deorum Hominumque. Una tale forma religiosa non avrebbe avuto necessità di elaborare una precisa mitologia, né, tantomeno, una teologia, essendo tutta risolta nella pratica formale del rito, quindi solo la preoccupazione della sua esatta esecuzione avrebbe interessato il religioso romano. Pertanto sarebbero da escludere dalla pratica religiosa romana ogni partecipazione interiore del religioso, ogni adesione della coscienza, ogni tensione spirituale, per non dire della disposizione mistica, così come della fede.
Niente di più falso, come dimostra Boyancè con dovizia di particolari nel presente libro, portando in primo piano la sapienza religiosa di Virgilio e la sua descrizione accurata della pietas propria dell’uomo religioso romano, dipingendo il sentimento religioso “… dal di dentro e di un eroe che l’incarna, che è essenzialmente definito come l’eroe religioso, pius Aeneas”. In Virgilio si trova espressa la religiosità romana, che deriva dalla profonda coscienza di un religioso esemplare, capace di cantare tutta la profondità spirituale che la religione di Roma presenta, nonostante i tentativi di occultarne la sua vera essenza. La chiara rappresentazione dell’importanza assoluta del Deos sequi, apre una precisa finestra sul cuore dell’eroe religioso, Enea. […]

La costante conformazione agli Dei non è questione di atti formali esteriori, ma di un complesso di atti di tutto l’uomo, che Virgilio, maestro di religio, descrive in modo magistrale e fa incarnare ad Enea. Solo una rigorosa fede negli Dei, nella loro opera provvidenziale, un preciso credere Deos, è fondamento della vera pietas, non un fare senza l’essere dell’uomo, ma un “fare sacro” che coinvolge tutto l’uomo, a partire dalla
sua essenza divina.

Dall’Introduzione de “La Religione di Virgilio”

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