Dialogo sulla rifondazione del senso dell’arte: l’esperienza estetica come esperienza conoscitiva.
Colloquio con M.I.A.V. Raggi, autrice
Come nasce questo libro e perché lo ha scritto?
Questo libro nasce dall’osservazione delle forme ancestrali che accompagnano lo sviluppo dell’uomo fin dalle sue origini. Se ci pensiamo, la circolarità è presente in modo del tutto naturale sin dalla nostra prima infanzia. Le espressioni artistiche più autentiche si svolgono da sempre attraverso queste forme, che hanno il compito fondamentale di strutturare, ordinare e dare armonia ed equilibrio a tutto l’insieme.
Nel corso del tempo, purtroppo, queste espressioni si sono via via allontanate dal loro scopo originario. L’arte ha perso quel naturale rivolgimento alla realtà sovrannaturale e simbolica cui le forme dovrebbero costantemente rinviare. Questo mutamento è chiaramente visibile nell’utilizzo delle forme della geometria sacra: il cerchio, che rappresentava la perfezione e l’unità divina, perde la sua centralità e viene sostituito dall’ellisse, specchio di una realtà più terrena, instabile e priva di un unico centro spirituale. L’ellisse rappresenta il primo, decisivo momento di frattura: la forma perde il suo centro univoco e ne assume due. Questa figura a doppio centro riflette lo smarrimento e la frammentarietà dell’era moderna. Da questa prima divisione, il processo si sviluppa costantemente, portando le forme artistiche a una progressiva perdita del Centro e del suo significato originario.
Il libro nasce proprio per mettere in luce questa perdita. Si tratta di un processo che, sul piano simbolico, rispecchia l’allontanamento dell’individuo postmoderno da se stesso e dal Divino. Il Centro rappresenta questa dimensione sacra: un nucleo a cui l’uomo
contemporaneo anela profondamente, pur negandolo e cercandolo al tempo stesso.
Perché il cerchio ha un valore simbolico universale?
Le forme geometriche appartengono a un linguaggio che precede le parole. Non sono
soltanto costruzioni mentali o convenzioni elaborate dall’uomo, ma riflessi di principi che strutturano la realtà stessa. Il cerchio occupa un posto privilegiato perché manifesta qualità che l’essere umano riconosce intuitivamente: la perfezione, la stabilità, la continuità. Privo di inizio e di fine apparenti, richiama l’idea dell’infinito e della totalità. Nella sua perfezione formale ritroviamo l’immagine di un ordine che non dipende dall’arbitrio umano. Per questo motivo il cerchio compare nelle cosmologie antiche, nei templi, nelle danze rituali, nei mandala e nelle molte rappresentazioni del sacro.
Nel libro ho cercato di mostrare come l’indagine sul cerchio conduca inevitabilmente a una riflessione sulle cause piuttosto che sugli effetti: la sua forma invita a risalire all’unità originaria da cui ogni manifestazione procede e alla quale ogni manifestazione ritorna.
Che funzione può avere oggi il simbolo nell’arte?
Il simbolo autentico possiede una funzione che va oltre quella decorativa o narrativa. La parola greca symbolon indica ciò che unisce, ciò che ricompone parti separate in una totalità più ampia. L’arte sacra opera precisamente in questa direzione.
Viviamo in una cultura che tende a disperdere l’attenzione e a moltiplicare gli stimoli, favorendo una percezione frammentata della realtà. Il simbolo agisce invece come un centro di gravità interiore. Attraverso la contemplazione della forma armonica, l’individuo può riconoscere relazioni che trascendono la dimensione immediatamente sensibile.
L’esperienza estetica diventa allora anche un’esperienza conoscitiva: non si tratta solo di osservare un’opera, ma di accogliere ciò che in essa si manifesta per accedere a una comprensione più profonda del rapporto tra l’uomo e il divino.
Che idea ha dell’artista di oggi, a noi contemporaneo?
Credo che la riduzione dell’arte alla sola espressione soggettiva abbia impoverito il suo significato più profondo e, in parte, negato il senso stesso dell’arte. Naturalmente non si può prescindere dall’individuo, ma l’opera raggiunge la sua pienezza quando riesce a trascendere il piano personale. L’artista “sparisce” nell’opera. Le antiche civiltà attribuivano all’arte una funzione sacrale proprio perché riconoscevano nell’artista un mediatore tra diversi livelli della realtà. Questo non significa privilegio, ma responsabilità.
L’artista deve compiere un lavoro interiore che precede il gesto creativo: distinguere ciò che è individuale da ciò che può diventare veicolo di una verità più universale. In questo senso la disciplina non limita la libertà creativa, ma la rende possibile.
Che importanza dovrebbe esistere tra l’artista e il “centro”? Che rapporto c’è tra artista e “Centro”?
Il Centro è il punto immobile che rende possibile ogni movimento. È il principio di unità che permane dietro la molteplicità delle forme. Quando l’artista orienta il proprio lavoro verso questo principio, l’opera cessa di essere un prodotto individuale e diventa testimonianza di
qualcosa che lo supera. L’arte ritrova così la sua funzione originaria: non affermare una personalità, ma rendere percepibile una presenza.
Che significato ha il “vuoto” del cerchio?
Il vuoto di cui parlano le tradizioni spirituali non coincide con il nulla, ma con lo spazio delle possibilità dell’essere. È una dimensione originaria che precede ogni determinazione. Il centro del cerchio è invisibile ma indispensabile: senza di esso la circonferenza non esisterebbe. Analogamente, ciò che non appare ai sensi costituisce il fondamento di ciò
che appare. Molte tradizioni hanno riconosciuto in questo vuoto una soglia verso il trascendente: non un luogo da occupare, ma uno spazio da custodire. È nel silenzio che la forma rivela il suo significato più profondo.
Il suo libro vuole cambiare il modo in cui guardiamo l’arte?
È esattamente questo il mio auspicio. L’arte ha accompagnato l’umanità per millenni come strumento di conoscenza e di elevazione. Oggi può ancora svolgere questa funzione, a condizione di recuperare la consapevolezza del proprio significato originario. Il cerchio rappresenta una guida simbolica: ci ricorda che ogni frammentazione può essere ricomposta, che ogni periferia rimanda a un centro e che ogni ricerca autentica conduce all’unità.
Se il lettore, terminata la lettura, sentirà di poter guardare l’arte non più come oggetto estetico ma come via di conoscenza e trasformazione interiore, allora il libro avrà raggiunto il suo scopo.

