nella Repubblica e nel periodo Imperiale
A.A.V.V.
Traduzione a cura di: Mario Cecere
Revisione generale, traduzione note e redazione M.I.A.V. Raggi
Grandi correnti di pensiero attraversano la storia delle mentalità romane. Alcune, in un certo momento, ispirano quel tale ‘circolo’ e contribuiscono all’azione di uomini ‘carismatici’; altre, più ritirate, cercano il compimento dell’essere e dell’agire lontano dal Foro, ‘titulo secundo’, a livello di ‘consulenti’ che pesano quanto i primi sul modo di concepire e di praticare il diritto, la giustizia e il potere.
Tutte hanno delle radici profonde, in buona misura estranee a quell’Italia antica che avvertì il bisogno di guardarsi come nello specchio dei pensieri già formulati altrove quando venne in contatto con quei paesi in cui, tale ‘messa in forma’ (una messa ‘in parole’, ma anche una ‘messa in pratica’), aveva avuto luogo. Quasi sempre la condizione fondamentale per l’utilità di un sistema di pensiero ‘romano’ era che esso fosse ‘estensibile’, capace di mantenere la sua credibilità, il suo vigore, il suo fascino come la sua universalità, che donava ad esso come dimensione non più la Macedonia, la Trinacria, l’Ecbatana, la Frigia, la Magna Grecia, Pozzuoli o persino Roma, ma l’orbis.
Mi ha reso felice che esperti eccelsi condividessero la mia impressione che una di queste correnti, il Pitagorismo, in un qualche modo abbia sostenuto l’intera storia di Roma, ma questo non era stato chiarito che attraverso ricerche episodiche e assai datate. Il fatto che gli scritti qui raccolti vadano dal IV a.C al V d.C. è bastevole a provare l’esattezza di un’asserzione, all’inizio solo intuitivamente percepita. Ringrazio gli studiosi che si sono impegnati nel compito di distillare il nettare delle loro conoscenze a beneficio di questa sintesi, che avrà, non ne dubito, il suo posto tra le opere classiche abbondantemente citate nelle note di questo opuscolo.
Si poteva essere molto pessimisti; qualcuno mi aveva detto: tutto questo è troppo atomizzato, troppo diffuso, troppo strettamente mescolato al pensiero generale delle epoche sulle quali possediamo conoscenze. Sono felice di constatare che dopo l’epoca delle grandi trasformazioni sociali e politiche di Appio Claudio Cieco, fino a quella di sant’Agostino, di Prudenzio e di Eusebio, il fatto pitagorico si lasci delineare con molta precisione: presso i grandi autori, sotto l’Alto Impero, in Varrone, essenziale come sempre, presso Virgilio e dunque in Ausonio, il ‘virgiliano’ della fine del IV secolo. In Apuleio convergono le correnti più affascinanti del suo secolo: nella sua opera composita, che mai si riuscirà a costringere nella morsa di interpretazioni meschine e/o puramente letterarie, esse si scrutano e si contemplano.
Come ‘scegliere la propria vita’? In un secolo in cui questa domanda ritorna incessantemente, in cui tante persone debbono ‘cambiare vita’, tante altre subire l’interferenza di drammatiche contrarietà, dove trovare le norme, come porre delle basi, organizzare un percorso, disegnare una mappa? La questione non nasce oggi. Le ricette semplici, i precetti chiari, il riferimento ad un maestro venerabile, la ricerca di una visione sinfonica dell’universo, trascendente le mediocrità ma accessibile a tutti, è una formula di successo che garantisce, in maniera graduale, l’accesso a differenti gradi di felicità.



